
Dai riti della devozione antica alla fede medievale sul Monte Calpazio: come la comunità di Paestum ha custodito e trasformato i suoi luoghi sacri, legandoli al simbolo immortale della melagrana.
Una storia che non ha mai smesso di rinascere.
Il Tempio di Cerere (o Athena) è un tempio greco risalente probabilmente al 500 a.C. che sorge nel santuario settentrionale di Paestum, diametralmente opposto a quello meridionale.
Realizzato con uno stile più semplice rispetto a quelli di Nettuno e di Era, viene costruito su un piccolo rilievo artificiale del terreno sulla base di un precedente santuario distrutto, secondo alcune fonti, a causa di un incendio.
La struttura segue nuove regole di proporzione che la rendono molto più equilibrata: presenta dunque 6 colonne frontali di ordine dorico e 13 laterali della stessa forma e dimensione, ma la particolarità risiede nelle 6 colonne interne che non mantengono lo stesso stile, ma seguono l’ordine ionico. Inoltre, a seguito di scavi e ricostruzioni, si è potuto risalire alla policromia del tempio, che donava bellezza artistica e scenografica insieme alle metope presenti nel fregio dorico frontale.
Ma la grande importanza di questo tempio non deriva solo dal periodo di fondazione, bensì dalla continuità che ha avuto nel tempo: infatti intorno all’VIII secolo, in epoca tardoantica, venne chiuso con mura fra le colonne e furono abbattute le pareti della cella per adibirlo a “chiesa” e dunque alle sepolture cristiane, utilizzando lo spazio dell’ambulacro (spazio architettonico solitamente porticato realizzato per i flussi di percorrenza) a sud.
La diffusione del cristianesimo a Paestum avvenne gradualmente nei primissimi secoli dopo Cristo, attraverso i contatti tra viaggiatori, mercanti e abitanti del territorio. Le prime comunità cristiane erano generalmente di dimensioni ridotte e si riunivano nelle abitazioni private per pregare, leggere le Scritture, celebrare l’Eucaristia e prestare aiuto ai più bisognosi. Con il progressivo aumento dei fedeli, queste comunità si organizzarono in modo sempre più strutturato, dando origine a una gerarchia ecclesiastica composta da diverse figure. Al vertice si trovava il vescovo, responsabile della guida spirituale della comunità e del territorio della diocesi; al suo fianco operavano i presbiteri, che collaboravano nella celebrazione dei riti e nella cura pastorale dei fedeli, e i diaconi, impegnati nel servizio religioso e nell’assistenza ai poveri. Paestum era sede vescovile almeno dal V secolo d.C., testimonianza della presenza di una comunità cristiana ormai organizzata.
Un elemento particolarmente interessante per sviluppare una riflessione sul passaggio dal culto pagano a quello dei riti di origine cristiana è la simbologia spesso ricorrente della melagrana: un frutto che nell’immaginario antico richiamava fertilità e abbondanza e che prosegue nella tradizione cristiana con un arricchimento di significati, tra cui la resurrezione, la vita eterna e l’unione della comunità dei fedeli, rappresentata dagli innumerevoli semi racchiusi in un unico frutto.
Nell’area archeologica di Paestum, la melagrana compare nell’iconografia di Hera, raffigurata nella celebre statua marmorea seduta in trono e con il frutto in mano.
Con l’affermazione del cristianesimo, il panorama religioso subì profonde trasformazioni. La melagrana, pur inserendosi in un sistema religioso differente, continuò a essere presente nell’immaginario devozionale locale.
Con il progressivo declino dell’antica Paestum, favorito anche dall’impaludamento della pianura e dalle difficoltà economiche e politiche, la popolazione si spostò gradualmente verso le alture circostanti, in particolare sul Monte Calpazio. Durante il Medioevo, anche la sede vescovile venne trasferita nel nuovo centro di Capaccio (con il titolo di Diocesis Paestana et Caputaquense), seguendo gli spostamenti della popolazione e contribuendo alla continuità della vita religiosa del territorio. In questo contesto si inserisce lo sviluppo della devozione alla Madonna del Granato, venerata proprio nell’antica Cattedrale del Monte Calpazio. Il culto mariano divenne un importante punto di riferimento spirituale per la comunità locale, consolidando il legame tra religione, territorio e identità collettiva. La presenza della melagrana nell’iconografia della Madonna richiama inoltre simboli di fertilità, vita e abbondanza, che permettono di istituire un confronto con alcune tradizioni religiose del mondo antico, sebbene questo elemento da solo non basti a dimostrare una derivazione diretta del culto cristiano da quello pagano.
La Madonna del Granato è infatti raffigurata con il Bambino e il frutto in mano, e rappresenta un interessante punto di confronto iconografico con le precedenti immagini divine.
Un ulteriore elemento di continuità è rappresentato dalle processioni votive e dalle offerte alla Madonna portate al santuario, che evidenziano la somiglianza tra queste imbarcazioni rituali decorate (le cente) e quelle legate al culto antico.
Un’ultima curiosità: se oggi il monumento è comunemente noto come Tempio di Cerere, la ricerca archeologica moderna ha accertato che in origine era dedicato ad Athena, dea della sapienza. L’attribuzione a Cerere risale infatti alle prime riscoperte settecentesche del sito, quando il ritrovamento di statuette legate alla fertilità portò gli studiosi dell’epoca a intitolarlo alla dea romana delle messi.
Un piccolo “errore” storico che tuttavia ha radicato nel tempo il legame profondo tra questo luogo e i culti della terra e dell’abbondanza, rendendo la sua storia ancora più affascinante.



