Sempre il solito teatrino

di Giacomo D’Anetra

Tra le strade di Capaccio Paestum non si respira rabbia, ma si vive a stretto contatto con qualcosa di più pericoloso: l’abitudine.

Questa volta non si è visto nemmeno il fisiologico senso di disorientamento che sarebbe stato dovuto all’ennesimo corto circuito politico. I cittadini guardano al Municipio e vedono una coltre spessa, costruita su indiscrezioni, strappi improvvisi e posizionamenti tattici seppur palesi.

A rendere il quadro ancora più surreale, a seguito della caduta dell’Amministrazione comunale, è stata la rinuncia del commissario Armando Gradone designato da appena sette giorni, pare per motivi di salute, e la nomina in fretta e furia del successore Francesco Cirillo, chiamato a fare ciò che la politica eletta non è stata in grado di compiere, a partire dall’approvazione degli obblighi di bilancio.

Non facciamone una questione interna: questa è la dimostrazione di una classe dirigente che si sgretola di fronte alle proprie responsabilità fondamentali, lasciando alla burocrazia il compito di mettere ordine nei conti del Comune.

In questo clima di forte incertezza, l’opinione pubblica e le forze politiche finiscono per dividersi lungo linee già viste e fallimentari. Da una parte c’è chi invoca il ritorno di Franco Alfieri; dall’altra c’è chi si affanna nella ricerca del “nuovo”, proponendo però alternative che di nuovo non hanno assolutamente nulla. Si cerca di spacciare per svolta il ritorno in campo di vecchi attori, sognando di rivedere all’opera gli stessi “medici” che negli anni passati non hanno saputo curare granché bene il paziente Capaccio Paestum.

Nel luogo democratico dove si dovrebbe decidere il futuro del territorio, la priorità continua a essere la sopravvivenza individuale tramite il riciclo delle solite “carte conosciute”.

È in questi momenti che riemergono puntuali le solite vecchie volpi della politica locale.

Personaggi pronti a tutto e capaci di agire con la velocità della luce, intenti a tessere nell’ombra la consueta ragnatela di alleanze d’occasione, promesse incrociate e calcoli strategici in vista del prossimo appuntamento elettorale. Si muovono consapevoli che la memoria collettiva dura lo spazio di una campagna elettorale, pronti a rifarsi il look e ad accreditarsi come i salvatori della patria dopo essere stati tra i protagonisti, diretti o indiretti, dello sfacelo politico attuale.

A complicare ulteriormente il quadro c’è l’uso distorto dei social network, dove la maggior parte dei cittadini si informa: invece di offrire chiarezza, le bacheche virtuali si rivelano una costante fonte di smarrimento, scagliando contro la comunità un bombardamento continuo di post polemici, attacchi personali e proclami trionfalistici.

Eppure, proprio quando il pessimismo sembra l’unica reazione ragionevole davanti all’ennesimo spartito già scritto, ci si deve ricordare che la storia è piena di sorprese.

Eugenio Montale diceva che “un imprevisto è la sola speranza”, quell’evento capace di rompere le catene e mescolare le carte di chi dà tutto per scontato. Magari questa volta ha ragione chi rifiuta la rassegnazione e continua a sognare una sorpresa: un risveglio civico autentico o semplicemente la spinta di chi vuole bene a questo paese e rifiuta di lasciarlo in mano ai soliti calcoli e calcolatori.

Capaccio Paestum ha bisogno di rispolverare un vecchio adagio secondo il quale “ai Santi vecchi non si dà più incenso”.

Se un cambio di passo deve esserci, nascerà solo dal coraggio di scommettere su quella sorpresa che la vecchia politica, oggi, non riesce nemmeno a immaginare.